È una di quelle volte in cui vorremmo che il tempo, più che saggezza, ci regalasse un’altra occasione, una storia in più da raccontare. C’è Roberto Baggio ai bordi del verde brillante dei campi di Trigoria. Allora è bello immaginare cosa succederebbe se i suoi anni non fossero 45, se capelli e pizzetto non fossero nobilmente brizzolati, se le ginocchia non fossero ormai cigolanti. Troppi «se» per andare lontano. Meglio accontentarsi del presente, dell’affetto con cui lo accoglie la Roma aprendo le porte a lui e tanti altri apprendisti allenatori—in stage—dal passato variamente noto (Bertotto, Carbone, Cauet, Festa, Lorenzini, Mangia, Giunta, Pecchia, Rastelli, Zauli, Ze Maria, Emanuele Filippini).
Lui & Luis La stima per Luis Enrique, comunque, filtra lo stesso. «Il suo tipo di calcio mi piace, ho trovato l’allenamento e il suo metodo di lavoro che impiega molto interessante», ha raccontato Baggio agli amici. È nel mondo del pallone da troppo tempo per non sapere come la scommessa romanista sia complicata,maai dirigenti giallorossi il Pallone d’Oro dell’Anno di Grazia 1993 ha detto «di non mollare, perché il calcio italiano è conservatore per natura». E ci sarebbe bisogno di proposte che privilegiano lo spettacolo come vuole fare la Roma, sia pure con esiti oggettivamente non irresistibili. Sarà questo il calcio del futuro, il Verbo di Baggio allenatore? È presto per scoprirlo, anche perché forse lui stesso deve scoprire dentro di sé se ha motivazioni abbastanza forti da spingerlo ad entrare in una centrifuga feroce com’è il nostro calcio. Che cambia gli uomini fin dentro l’anima. E non risparmia neppure i monumenti.
Gazzetta dello Sport – Massimo Cecchini