
Per la città sarebbe un precedente decisivo, primo passo di un cambiamento destinato, nelle speranze, a coinvolgere nuovi investitori e contagiare le altre periferie, oggi moribonde. Con esso si stabilirebbe il principio che, per usare il suolo cittadino, i costruttori devono prima compensare la collettività con opere pubbliche e riqualificazione urbana. L’affermazione di tale modello di cooperazione tra pubblico e privato consentirebbe a Roma di competere, finalmente, con le grandi capitali europee in innovazione, efficienza e attrattività.
Le prospettive di progresso, invece, rischiano di arenarsi tra i detriti di una tettoia diroccata, con buona pace dell’interesse collettivo e del futuro della città. Come ormai noto, la Soprintendenza romana all’Archeologia e alle Belle arti ha posto il vincolo paesaggistico sulla tribuna pericolante e in parte coperta d’amianto di un ippodromo fatiscente costruito per le Olimpiadi del 1960, la cui tettoia aveva, per l’epoca, un design molto originale. Non basterà spostare, restaurare e conservare la tettoia, come i proponenti del progetto avrebbero fatto. La Soprintendenza vuole, infatti, che nell’area circostante nulla ostruisca la vista del rudere che, si vuole far credere, è parte caratterizzante del paesaggio. Eppure oggi nessuno può “godere” del paesaggio: l’area è abbandonata, l’accesso è interdetto perché la struttura è pericolante e presto o tardi crollerà, tutt’intorno si trovano solo sterpaglie e discariche improvvisate (anche di rifiuti tossici), prostitute stradali e relativi clienti.
La tettoia diroccata rischia di diventare il simbolo di una città in cui nulla si crea, nulla si distrugge e tutto si degrada, in ossequio a un immobilismo di principio sostenuto da un folto partito trasversale che attraversa tutto l’arco costituzionale, dall’estrema destra (per tradizione ostile a ogni forma di progresso) all’estrema sinistra (sempre intenta a criminalizzare il capitale privato) passando per la cosiddetta società civile. Nella fattispecie, a sollecitare l’intervento della Soprintendenza è stata Italia Nostra, piccola associazione per la protezione del patrimonio culturale, conosciuta a Roma per una fiera “opposizione a prescindere” all’architettura contemporanea e, più in generale, per l’ostruzionismo nei confronti di ogni forma di innovazione e trasformazione urbana.
Il fatto che una sconosciuta tettoia fatiscente possa impedire la rinascita di un’area oggi abbandonata, e il rilancio dell’economia e delle speranze di una città intera, rappresenta alla perfezione la scelta cui oggi è chiamata Roma. Rimanere una città museo, periferia irrancidita e in declino di un mondo che cambia, o avviare la trasformazione in capitale moderna e dinamica, ciò che la renderebbe davvero “eterna”.