«Credo che a volte avere un solo sistema di gioco sia come entrare in una gabbia. Se tu sei libero, invece… Io mi metto a disposizione dei ragazzi e del momento. Se non ho la rosa al completo, perché devo perseguire un’idea? Ecco perché dico che il lavoro dell’allenatore non è sempre quello che determina tutto». Aurelio Andreazzoli, a 60 anni, oggi pomeriggio a Marassi contro la Sampdoria si siederà per la prima volta su una panchina di serie A come capo allenatore. Raccoglie l’eredità di Zdenek Zeman («Un’eredità enorme, tatticamente e sotto l’aspetto morale della fatica») ma tutte le parole forti della vigilia segnalano un deciso cambio di rotta. In primo luogo, il rapporto completamente diverso con il gruppo. Zeman lavava i panni sporchi in pubblico (vedi Osvaldo e De Rossi esclusi «perché pensavano più a se stessi che alla squadra»), Andreazzoli si lega alla squadra, la difende a spada tratta, la «ascolta ».
La grande domanda sulla squadra di oggi è proprio quella della difesa: a tre o a quattro? Il primo modulo garantisce più equilibrio e una rottura anche tattica col recente passato. Il secondo potrebbe portare a quel 4-2-3-1 dell’epoca Spalletti. Ma con quali esterni? L’altra domanda, che si fanno soprattutto i tifosi, è quella delle regole, visto che Zeman parlò di squadra senza disciplina. «La prima regola è quella del buon senso, se tutti sappiamo dove possiamo andare, dove ci dobbiamo fermare. Non voglio fare venti regole, ci sono situazioni insindacabili sulle quali non si transige. Ho due icone dentro lo spogliatoio, Totti e De Rossi, loro devono rispettare le regole più degli altri, devono dare l’esempio. Sono monumenti, non voglio raderli al suolo ma innalzarli. Se innalzo il valore di Totti e De Rossi, anche gli altri si alzano. De Rossi è un uomo guida, giocherà tutte le partite da qui alla fine dell’anno, se lo meriterà; altrimenti si fermerà anche lui come tutti gli altri. Sarà un esempio da esportare nel mondo. Stekelenburg, come De Rossi, gioca tutte le partite da qui alla fine. Se gioca bene. Pjanic? Talento universalmente riconosciuto e, malgrado la giovane età, con una grande esperienza alle spalle». Per la prima volta, anche mediaticamente, non c’è male.
Corriere della Sera – L. Valdisseri