«De Rossi ha iniziato bene, molto ordinato: poi è stato un po’ più in difficoltà, anche perché eravamo in dieci e non tutti i compagni hanno aiutato in fase difensiva. Daniele è importantissimo fuori dal campo, nei rapporti con tutti i compagni. In campo ha dimostrato che è un giocatore di grande valore», Zdenek Zeman, 11 dicembre dopo Roma-Atalanta. «De Rossi? È sempre stato a disposizione e per me ora si sta applicando di più. Specialmente all’inizio con l’Atalanta ha fatto molto bene, una buona partita sia come regista che come incontrista». Zdenek Zeman, 15 dicembre, vigilia di Chievo-Roma. Eppure, al di là di tutte queste belle parole, De Rossi a Verona è finito in panchina, per la seconda volta consecutiva in campionato.
E, allora, ci si chiede: cosa deve fare il vice capitano della squadra, 82 presenze e un titolo di campione del mondo con la nazionale, per tornare a essere un titolare della Roma? Se, come accaduto contro l’Atalanta gioca bene, perché non viene confermato? Se, come certificato da Zeman, si allena bene perché non viene impiegato? E così, gira e rigira, dopo ogni passo falso l’argomento più gettonato è sempre lo stesso: non si parla della sconfitta, dei motivi che l’hanno generata ma del (non)rapporto tra Zeman e De Rossi. La società, vedi le parole del dg Franco Baldini a Verona, si è schierata dalla parte del tecnico, dandogli forza agli occhi della squadra. De Rossi, il giocatore più pagato della storia della società, è agli stessi livelli di Lopez: tutti uguali, nessuna differenza. Principio sano, corretto.
Il Messaggero -Mimmo Ferretti