
«Le ragioni sono molte ma la principale ovviamente è il passaggio ai tre punti – dice Roberto Boninsegna, che nella citata stagione 1978-79 c’era ed era già passato alla Juve dopo l’epopea interista -. A quei tempi a un quarto d’ ora dalla fine spesso capitava che si guardasse in faccia con gli avversari e, senza bisogno di dire un parola, ci si intendesse. Nessun accordo, figuriamoci, io provavo a vincere fino all’ultimo secondo, però soprattutto in trasferta a un certo punto non potevi non ragionare sul fatto che un punto era la metà di due, quindi che pareggiare non era poi così grave. Era un meccanismo mentale, ma non è solo quello, c’è altro. Allora il pari era conseguenza spesso del buonsenso, oggi della paura: pareggia solo chi deve andare avanti un passetto. E basta guardare la classifica attuale per capire che non servirà molto per lasciarsi alle spalle le ultime tre».
Il concetto è chiaro: con la lotta retrocessione ormai quasi compromessa a 18 partite dalla fine, chi galleggia a metà classifica se la gioca più disinvoltamente, senza grossi calcoli di convenienza, perché tanto il pericolo non è immediato, non è vicino. Empoli, Palermo e Crotone insieme fanno ma miseria di 28 punti, più o meno (26) quelli del Cagliari oggi decimo in classifica: l’ennesima conferma del fatto che 20 squadre continuano a essere un’ enormità. Rispetto a quel 1978-79 sono quattro in più e il risultato è un torneo molto meno livellato, con squadre troppo forti e altre troppo deboli. La Juve non ha pareggiato nemmeno una volta, 15 vittorie e 4 sconfitte, con un 10 su 10 allo Stadium che racconta di un’ altra tendenza insistente di questo campionato, vale a dire il fattore campo: è finito col segno 1 il 52% delle ultime 150 partite. Anche qui è il dato più alto dei primi cinque campionati continentali. Siamo insomma ancora i migliori, almeno in qualcosa.