Nel nome del padre. Se la vita di Erik Lamela fosse un romanzo, i ruoli del fedele alleato e dello scomodo sfidante li incarnerebbe una sola persona: il papà José. Non si dà pace, Erik: «Mi segue ovunque, ma ha sempre qualcosa da ridire». C’era anche per il debutto del figlio all’Olimpico, don José Lamela: «Bel gol, ma gioca troppo vicino agli attaccanti». Critico, come ai tempi del River: «Lo avevo sfidato dicendogli che gli avrei regalato la maglia del debutto. Così è stato», racconta il numero 8 della Roma, cresciuto nel mito di un genitore noto come “el Panadero”, il panettiere, per il forno di famiglia e campionissimo di papi futbol, il nostro calcetto. Passione ereditata da Erik che, appena può, corre a vedere i match di calcio a 5 del suo amico Giustozzi, con la Canottieri Lazio. Ma Roma gli ha regalato anche un nuovo idolo: Francesco Totti.
A prenderlo da Carapachay andava mamma Miriam, 60 km al giorno. Nello stesso anno “el Coco” ha scoperto anche un’altra fede, quella cattolica: «Mi ha cambiato la vita, a scuola insultavo gli insegnanti, ora so perdonare». Nello spogliatoio però è ancora «el mas molesto»: niente ipod, tante chiacchiere e scherzi. A Trigoria deve ancora iniziare a farne: perché il look aggressivo (cresta ai capelli, orecchini, 4 tatuaggi, l’ultimo per la nonna scomparsa) nasconde un timido che ama le vacanze in famiglia, come quelle di luglio a Napoli. Unico vezzo, la Porsche Cayman nera regalata al papà: il tempo delle sfide è finito.
La Repubblica – Matteo Pinci