
L’importanza del tiro da fuori è un argomento di cui si dibatte pure a Coverciano: per anni l’Inghilterra sembrava la patria unica di questo modo di cercare la porta, grazie a interpreti eccelsi come Gerrard o Lampard. Ora anche da noi i tecnici lavorano sulla situazione di gioco, immaginando movimenti per liberare al tiro i propri centrocampisti, magari meno capaci di un Baggio o di un Di Natale ad arrotare la palla dirigendola all’incrocio, ma prontissimi a rovesciare pallonate verso il portiere avversario sperando che la sorte li aiuti a raggiungere angoli dove quello non potrà arrivare. In Italia, nelle ultime due stagioni, nessuno ha trovato il jolly dalla distanza con la frequenza della squadra di Spalletti: 28 volte in due campionati. L’anno scorso dominò nella classifica di specialità con 18 tentativi riusciti, ma aveva ancora uno dei top di gamma del nostro campionato: quel Miralem Pjanic che oggi si gode la Juventus e che a questo punto della stagione, 12 mesi fa, contava già cinque reti realizzate da lontano. In questa stagione, senza il contributo del bosniaco, la Roma è comunque a quota dieci, come il Napoli e a meno 1 dalla Juventus. Davanti soltanto Bologna e Fiorentina (13), che considerando pure le coppe europee è diventata la squadra più brava nella speciatà del tiro da fuori, arrivando a 19 gol. Insomma, la corsa scudetto passa anche per la capacità di risolvere i problemi con la più imprevedibile delle soluzioni. Curioso che domani la Spalletti corporation debba vedersela in semifinale di coppa Italia con la Lazio, insieme al Pescara la meno brava a calciare da fuori area: un solo gol, addirittura nessuno fino a novembre. Ronaldinho sosteneva che Del Piero fosse più bravo di lui: «Io so segnare dal limite, ma lui è efficace anche da più lontano»: bastasse questo, Spalletti passerebbe una notte tranquilla.