El Shaarawy a Verona ha concluso la sua esperienza romanista come meglio non avrebbe potuto, con il gol che ha dato alla Roma la certezza della Champions.
Pagine Romaniste (L.Suriano) – Non si può definire proprio un cerchio perfetto, perché la carriera di Stephan El Shaarawy ha ancora tanto da raccontare chissà dove. Sicuramente, però, è stato un momento da manuale del romanticismo calcistico. Quando il Faraone si è involato verso la porta avversaria sul prato del Bentegodi per suggerire il taglio a Dybala in possesso del pallone, e ha poi infilato Montipò, devono essergli passate un milione di istantanee per la testa.
A Verona El Shaarawy esordì, era giovanissimo e vestiva la maglia del Genoa, e il calendario segnava il 21 dicembre 2008, una vita fa. Sulla panchina c’era Gian Piero Gasperini, nel pieno dell’esperienza che lo ha lanciato come uno degli allenatori più importanti della Serie A negli anni a venire. Al tempo Stephan era una sorta di predestinato, un’ala veloce e altrettanto tecnica, capace di trucchi spettacolari con il pallone. La sua carriera, poi, ha avuto un’evoluzione strana, fatta di tante vite in una, ma il destino lo ha portato a ricongiungersi con il tecnico di Grugliasco in uno degli atti più importanti, forse un po’ crepuscolari. E a farlo alla Roma, che di El Sha è diventata un po’ la seconda casa.Un’annata complicata
Il rapporto con il tecnico in questa stagione non è stato dei più semplici. El Shaarawy ha iniziato la stagione da titolare complice il mancato acquisto dell’agognata ala sinistra, poi ha progressivamente perso il posto con il ritorno di Pellegrini. A un certo punto, persino Baldanzi gli era davanti nelle gerarchie. Gasperini lo ha pungolato pubblicamente, e, ne siamo certi, anche in privato. Senza dubbio da qualche anno Stephan non è più lo stesso di un tempo, il fiato viene meno più facilmente, le gambe non sono altrettanto veloci, gli infortuni pesano il doppio.
Dal suo ritorno a Roma dopo l’esperienza in Cina, il Faraone si è ritagliato un ruolo da riserva di lusso, il giocatore da mettere in campo nel momento del bisogno e in grado di ricoprire più ruoli. Ha fatto la seconda punta, l’esterno, il trequartista, il quinto a sinistra e pure a destra. Nell’annata appena conclusa, però, anche l’impatto alzandosi dalla panchina è spesso venuto meno. Così la conclusione della sua esperienza in giallorosso è parsa naturale, anche se a un certo punto è sembrato aprirsi uno spiraglio per il rinnovo contrattuale.
L’amore dei tifosi
La festa che si è consumata prima nel post-partita di Roma-Lazio, e poi anche al Bentegodi, è emblematica di quanto El Shaarawy abbia rappresentato per la Roma senza mai essere il primo della fila. I freddi numeri – 348 presenze, 66 gol e 50 assist – danno un’idea, ma non spiegano del tutto. Stephan è stato protagonista di una Roma bellissima al suo primo atto in giallorosso, elemento chiave in un reparto offensivo che faceva sognare, si è reinventato tuttofare, è stato titolare e panchinaro. Ciò che non è mai cambiato è stato il suo approccio, sempre rispettoso, quasi timido, da lavoratore e professionista elogiato da chiunque abbia messo piede a Trigoria.
I romanisti lo hanno capito, ne hanno colto l’emotività nei momenti difficili e l’attaccamento nel corso di dieci lunghi anni, seppur con qualche interruzione. Ne hanno apprezzato la doppietta al Chelsea, i gol nei derby, il colpo di tacco nella partita d’esordio quanto il tap-in col Feyenoord con i calzettoni abbassati o il lavoro da tornante contro il Milan con De Rossi. Lo hanno sempre sostenuto perché sapevano di poter contare sull’uomo quanto sul calciatore, in campo e nello spogliatoio. El Shaarawy è diventato un beniamino, quasi un giocatore di culto, senza quasi mai vedere la sua foto in copertina. Eppure tante volte questo ci ha fatto dimenticare un aspetto fondamentale: El Shaarawy è stato un calciatore forte, dai colpi brillanti seppur discontinui, con un’ottima carriera.
El Shaarawy a Verona
I fuochi d’artificio del derby si sono portati dietro anche un impercettibile velo di tristezza. Nel secondo tempo Stephan ha avuto due occasioni per chiudere al meglio l’esperienza davanti ai suoi tifosi e le ha sprecate, forse anche per emozione oltre che per imprecisione tecnica. Sembrava che il destino proprio non volesse dare una mano.
Il calcio, però, spesso regala una seconda chance, a volte anche migliore della prima. Entrato nel secondo tempo, El Shaarawy nei minuti di recupero ha avuto il contropiede del punto esclamativo, quello del respiro di sollievo che ci ha fatto realizzare finalmente, nessuno escluso, che davvero giocheremo la Champions League. Così il faraone ha potuto correre verso i suoi tifosi festanti e regalargli per un’ultima volta la sua tipica esultanza. A fine partita correva e saltava. Rideva e piangeva mentre Dybala gli regalava simbolicamente il premio di migliore in campo. Sapeva di aver regalato l’ultima pennellata a un popolo che lo ha accolto con un po’ di scetticismo e lo ha adottato dopo una manciata di giocate. E anche se non sarà in campo a giocarla con la Roma, quella Champions, il suo marchio rimane indelebile.