Bruno Conti dice addio alla Roma dopo 53 anni. Una leggenda che ne va, simbolo giocatore, allenatore e scopritore di talenti.
Il Messaggero (A.Sorrentino) – Nel silenzio di questa lunga estate calda, intorpiditi dal Mondiale degli altri e da mille pensieri, ammainiamo l’ultima bandiera. L’immenso Bruno Conti lascia la Roma dopo 53 anni. Lo chiamavano Marazico, certo, ma è stato, ed è, molto altro. Vessillo glorioso della Roma e di Roma, si è commosso pure l’altra sera, nel discorso d’addio alla sua scuola calcio di Nettuno: «A tutto c’è un inizio e a tutto c’è una fine… a 71 anni siamo un po’ vecchi… e voglio godermi un po’ la mia salute, mia moglie e la mia famiglia…» ma la voce gli si è incrinata subito e ha mollato il microfono, saluti a tutti e andate avanti senza di me.
Tutti quelli che lo conoscono hanno un ricordo bello di Bruno, un’emozione regalata, una parola gentile che lui ha sempre saputo pronunciare. Perché Bruno Conti è stato, ed è, per prima cosa un moto dell’anima. Il simbolo di un’Italia da poveri ma belli, quella che abbiamo voluto rimuovere dalla nostra psiche quando è arrivata l’Italia da bere, ma che era stata parte di noi, quando avevamo il pudore e non la sfacciataggine dei sentimenti. Bruno è stato, ed è, un uomo unico, un calciatore indimenticabile e uno scopritore di talenti: tutte e tre le cose, cioè la grande umanità, la classe calcistica e quella da insegnante e scopritore-rabdomante di giocatori, servirebbero dannatamente al nostro calcio che sta andando a morire, se qualcuno non proverà a salvarlo davvero (speriamo ci riesca il nuovo corso).Bruno Conti dal provino al settore giovanile
Bruno che arrivò alla Roma nel 1973, dopo che qualche tempo prima Helenio Herrera l’aveva bocciato a un provino, poi grazie ai buoni uffici del segretario Camillo Anastasi e del tecnico Antonio Trebiciani divenne giallorosso. Nella Primavera con Agostino Di Bartolomei conosce i primi successi, poi Liedholm ne intuisce subito la grandezza perché Bruno era un’ala e un numero 10 allo stesso tempo, il prestito al Genoa dove conosce Roberto Pruzzo, poi il ritorno e ancora un altro viaggio andata e ritorno al Genoa, finché la Roma e solo la Roma, e la Nazionale e il Mundial e Marazico e i complimenti di Pelé, e il suo piede sinistro, e il rispetto assoluto ovunque, anche dagli avversari acerrimi come i cugini laziali, e tutto il resto che sanno tutti.
Fino alla partita d’addio nel 1991, il giorno dopo una finale di Coppa Uefa persa dalla Roma sempre all’Olimpico, ma il pienone anche quella sera. Poi per oltre trent’anni è stato il nume tutelare della Roma, a curare il settore giovanile con maestria (solo qualche nome tra i cento svezzati e cresciuti: De Rossi, Aquilani, Politano, Florenzi, Pellegrini, Calafiori, Scamacca, Frattesi, Bove, Pisilli), a soccorrere la Roma anche da allenatore come nel 2005 (salvezza e Coppa Italia sfiorata) o fino all’ultimo a sostituire in panchina gli squalificati Mourinho e Foti nel 2023 (Roma-Salernitana 2-2) per poi tornare come un Cincinnato silente ai suoi ragazzi del vivaio, anche se negli ultimi anni gli avevano affidato solo quelli fino ai 14 anni. Ma Bruno c’era sempre.