
Il Corriere dello Sport (M. Evangelisti) – Sta lì da una vita e non è stata una brutta vita. Alberto De Rossi ha attraversato le giovanili della Roma come fossero un mare da esplorare. Per quasi metà dei suoi anni. Sono 22 stagioni che lavora con il club giallorosso. Gli ha dato una carriera più da maestro che da allenatore – non c’è da offendersi e lui stesso preferisce sentirsi prima insegnante e poi tecnico – oltre che un figlio e qualche trofeo rilevante.
DRIBBLING – Lui no. Sta bene dove sta e infatti ci sta da tredici anni. Se era una gara, il figlio Daniele lo ha battuto sulla linea bianca. Ciascuno sul proprio traguardo: De Rossi giovane è arrivato alla prima squadra nel 2001, De Rossi maturo alla guida della Primavera nel 2003. Così hanno persino evitato l’incrocio imbarazzante che hanno fatto in modo di dribblare anche in seguito. Come nel 2005, quando la Roma dovette impilare cinque allenatori per salvarsi dalla retrocessione e De Rossi riuscì a non farsi coinvolgere. E come nel 2013, alla resa di Zeman. Voleva evitare il contatto professionale diretto con Daniele, certo, ma non solo. Ha detto in qualche intervista: «Ricevo offerte da squadre di Serie B, anche interessanti, ma le rifiuto. Il calcio professionistico non è il mio. Troppa ansia, troppa fretta e nessuna voglia di costruire. E poi mi mancherebbe il contatto quotidiano con i giovani». I ragazzi della Primavera sono quanto di meglio al riguardo: non sono più bambini e non sono ancora adulti, raramente si sentono a dama, hanno il tempo di migliorare. E stanno a sentire quello che gli allenatori raccontano senza immaginarsi da un’altra parte. A De Rossi vincere interessa il giusto e il giusto significa abbastanza da volersi portare via questo scudetto con licenza di incavolarsi in caso contrario.