Si chiude il capitolo Champions per i giallorossi di Garcia, ma dalla Sud tutti gridano «Forza Roma»,e applaudono a lungo chiamando la squadra sotto la Curva…
I GRANDI VECCHI Sarebbe sciocco parlare di tradimento, però come non notare che tutti i «grandi vecchi» giallorossi siano evaporati (per ragioni diverse) nel momento più importante? Negli occhi di Totti, alla fine, si leggeva l’amarezza per il tempo che passa, per un’altra Champions da riporre in archivio senza aver inciso davvero se non in quella unghiata inferta proprio al City, quando tutto il mondo sembrava diverso, quando il vento soffiava nelle vele e la voglia di sorpresa gonfiava i petti. Ma oltre al numero dieci, perché è sparita la vena di Maicon, perché sono mancavate le geometrie di Keita, perché De Rossi non ha giocato nel giorno più importante, perché l’ex re londinese Ashley Cole è finito addirittura in tribuna nel «suo» derby? Quelli che dovevano «spiegare» la Champions ai ragazzi, col passare delle settimane sono tutti evaporati, come un sonetto a cui avessero rubato ritmo e verità.
OBIETTIVO CAMPIONATO A restituire la bellezza, allora, alla fine ci pensa il popolo giallorosso, che non smette di cantare anche quando in campo piegano le ginocchia. «Forza Roma», gridano tutti alla fine applaudendo a lungo e chiamando la squadra lo stesso sotto la Sud. «Vinceremo il tricolore», è lo slogan-preghiera che accompagna la notte inevitabilmente amara. E a questo si aggrappa la squadra, metabolizzando una priorità che sembra già confinare l’Europa League in secondo piano. «L’amarezza è grande – confida allora Totti agli amici – ma adesso dobbiamo guardare avanti e concentrarci sul campionato. Lo dobbiamo a noi e ai tifosi che ci sono stati vicini. Poi il prossimo anno cercheremo la rivincita». Parole che Belli e Burgess, ognuno a suo modo, avrebbero sottoscritto: anche quando è sconfitta, Roma non muore mai.
La Gazzetta dello Sport – M. Cecchini
