Infame è una parola molto frequente nel vocabolario ultrà. Infami a turno sono arbitri, giocatori, dirigenti, poliziotti, giudici, giornalisti. Non la uso a caso. Ed è triste che molti abbiamo tirato un respiro di sollievo. Si temevano altri scontri, forse un morto. È andato tutto bene. Davvero? Per quegli striscioni si è scusato il sindaco Marino, sui social network l’ha fatto la parte sana dei tifosi romanisti. Non è morto nessuno, ma è sempre più fioca la speranza che ci sia un limite al peggio, che in uno stadio si possa andare solo per tifare civilmente, non per sputare addosso (di questo si tratta) e ferire i vivi usando i morti. Di vivo, e ferito, eppure ancora capace di usare parole ragionevoli, buone e alte, non c’è solo la madre di Ciro Esposito. Sono, siamo, in tanti, tantissimi, e sappiamo che gli infami, quand’anche ci fosse la volontà o la possibilità di identificarli, rischiano pochissimo, quasi nulla.
I dirigenti della Roma, dice un rigo sull’Ansa, dicono che non commentano mai gli striscioni. E fanno male. Cosa pensa il presidente Pallotta, abituato a ben altro clima negli stadi americani. E Garcia? I giocatori? Il dg Baldissoni? Tutti zitti. Eppure l’Olimpico è casa loro.
È la Roma che paga gli steward, il servizio d’ordine. È in grado qualcuno della Roma di spiegare come allo stadio entri di tutto, dai peggiori striscioni al materiale esplodente? Queste sono domande tecniche, nel caso li disturbasse l’etica.
Altrimenti, si festeggi il ritorno della vittoria casalinga dopo 4 mesi. Spinge il Napoli, che meritava il pari, fuori dalla Champions e mantiene un punto sulla Lazio, che viaggia a ben altra velocità (sette vittorie di fila). Posizioni che possono cambiare già domenica, con Torino-Roma e Lazio-Empoli. Sul bagnato, Fiorentina meglio della Samp, che scavalca. Il Milan, con Menez più delizia che croce, può ancora puntare all’Europa. L’Inter di delizie non ne ha, nemmeno un dignitosissimo Parma riesce a battere.
In campionato ormai la Juve fa notizia solo se perde. Con l’Empoli vince, impegnandosi fino all’ultimo. Sulla volontarietà del retropassaggio di Rugani da cui nasce l’1-0 si potrebbe discutere a lungo, ma sarebbe inutile.
La Repubblica – G. Mura
