La Gazzetta dello Sport (M. Cecchini) –Un rombo di tuono e poi brividi infiniti. Quelli che servono per aspettare i cento minuti di volo utile per atterrare su un sogno: la possibilità di tornare a vincere un trofeo che manca da 14 anni, senza contare che da 31 mancava da una finale europea. La Roma batte il Leicester con un 1-0 santificato dalla rete di Abraham e approda all’ultimo atto di Conference League. Per farlo, il 25 maggio, l’attende la trasferta più breve delle tante che l’hanno sballottata in giro per l’Europa minore per arrivare semplicemente in Albania, a Tirana, dove il moderno stadio da 21.000 posti sarebbe inadatto a ospitare persino i soli tifosi giallorossi. Ma tant’è.
A premere sull’acceleratore è la Roma, che al 7’ va al tiro su punizione dalla sinistra, su cui Schmeichel devia in angolo. La catena mancina con Zalewski pare subito funzionare, perché il Leicester non si arrocca e prova a giocare, concedendo spazi su cui si avventano i giallorossi, che guadagnano angoli. E visto che le reti su sviluppo da corner sono uno dei marchi di fabbrica della squadra di Mourinho (19 i centri), non sorprende che all’11’, su angolo battuto dal capitano, Abraham giganteggia su Pereira e di testa batte il portiere degli inglesi, sfatando anche il tabù che lo aveva visto, in sette match contro le “foxes” non riuscire mai a trovare il gol.
L’Olimpico impazzisce, ma con una eccezione, Mourinho, che comincia a guidare i giallorossi verso la tattica preferita: difesa arcigna e ripartenze taglienti. La Roma, ultima rimasta in corsa, vola in finale e forse, a 12 anni distanza, l’Italia potrebbe tornare su uno dei troni d’Europa. Da Mourinho a Mourinho. E chi pensa sia un caso, si sbaglia.