Tra gli idiotismi che, a sproposito di Roma, volano di bocca in bocca c’è n’è uno in particolare, non si sa se più fesso o esilarante.
La nuova Roma di oggi è l’utopia che ancora non c’è ma, intanto, sta già provando a riavviare tra i tifosi, alquanto freddati dall’era Sensi, i motori virtuosi della passione. Tra passato e futuro, il campo “Di Bartolomei” ieri e le iniziative per riportare la gente allo stadio che sarà domani. Razzolando giovani di fondate speranze e lucidando il marchio Roma in tutte le direzioni e in tutti i network possibili. Ben sapendo che, al centro di questa impresa in movimento, c’è lui, Luis Enrique, splendida anomalia, il suo gioco e la sua visione. Domanda: barattereste tutto questo per «tre punti in più»? Per l’elogio della mediocrità spacciata per buonsenso che è il Sor Ranieri, l’arte di accasarsi ancora prima che di arrangiarsi? La mia sensazione è che l’uomo Enrique abbia stupito e sedotto chi lo ha scelto, a cominciare da Franco Baldini, ben al di là delle attese e dei motivi che hanno spinto a sceglierlo.
Che la scoperta di chi e cosa sia Enrique sia un aggiornamento costante ed esaltante a Trigoria. La “verticalità” dell’uomo sta nella persistenza incorruttibile della sua visione. Lui sa sempre lucidamente quello che è giusto, non per aggiustare un problema del momento, ma per fondare una coerenza del futuro. Se Ranieri è l’aggiustatore, Enrique è l’artefice. Tra le pezze del primo e la pazzia del secondo, scelgo il secondo. Non sappiamo che sarà di questa Roma. Nella migliore delle ipotesi tornerà ai fasti di Liedholm, nella peggiore sarà archiviata come una chimera. Sarà stato comunque bello. (…)
Corriere dello Sport – Giancarlo Dotto