Nonostante una difesa da reinventare, nonostante qualche acciacco di troppo che gli restituisce una squadra non certo al meglio dal punto di vista della condizione fisica, Luis Enrique crede ancora al terzo posto. Ma a una condizione: “Prima giochiamo, dopo vediamo se riusciamo a fare il nostro compito”. Quello, appunto, di continuare a inseguire il piazzamento che vale la Champions League. Con una preoccupazione particolare: “Spero la squadra non pensi di aver già vinto”.
BENVENUTO RISCHIO -Eppure, i numeri stavolta danno torto a Luis Enrique: nelle ultime sette gare, la Roma ha realizzato appena sei reti, ma più di una in una partita, e con appena due giocatori: Borini le prima quattro, Osvaldo le ultime due. Pochi gol, nonostante la predica dell’asturiano di giocare un calcio offensivo: “Ma a me interessa di più sapere quante palle gol abbiamo fatto – replica lui – un allenatore deve essere preoccupato se una squadra non crea palle gol. Ma non ricordo una partita in cui non abbiamo fatto 4-5 palle gol, soprattutto in casa”. Dove domani con De Rossi costretto in difesa al fianco di Kjaer per la squalifica di Heinze, dovrà provare anche a non esporsi eccessivamente: “Ma la Roma ha un sistema di gioco che diventa rischioso se si commettono degli errori che normalmente non vanno fatti, ma se è rischioso tenere la palla nel campo avversario, benvenuto il rischio”. Nell’ultimo allenamento De Rossi è dovuto uscire dopo uno scontro di gioco con Bojan: contusione al gomito sinistro, ma ci sarà regolarmente.
“NOI COME IL BARÇA? NO, È IMPOSSIBILE” – Rischio, lo stesso che ha corso Totti con quel pallonetto fallito a Milano, e che ha attirato su di lui le critiche del giorno dopo: “È molto ingiusto parlare di un giocatore per una sola partita – spiega Luis – è chiaro che lui serve alla Roma e che sia come è stato fino a ora un calciatore di riferimento”. E pazienza se con quel colpo è sfumata una vittoria potenziale: “So che era una grande occasione per noi, ma la Roma ha fatto tutto quello che poteva fare lì. Tre giorni dopo il Milan ha pareggiato contro il Barcellona, i più forti del mondo, noi siamo riusciti quasi a fare una bella figura lì”. Quasi scontato, allora, il paragone tra la Roma di Luis e il Barça di Pep. Parallelo che però il guru asturiano rispedisce energicamente al mittente: “Noi non cerchiamo di giocare come Guardiola, cerchiamo di giocare associativo, perché è l’idea che ho e penso sia il modo di giocare che più ti avvicinerà alla vittoria e che in più fa piacere ai tifosi. Ma è impossibile fare quello che fa il Barcellona. Il nostro calcio può sembrare simile al loro perché è associativo, ma non li emuliamo”.
“QUI STO BENE, PERCHÈ CAMBIARE?” – Unica similitudine, semmai, le esclusioni di Bojan Krkic, ai margini con Guardiola prima e con Luis oggi. Chissà che domani con “Totti e Pjanic non al meglio”, non possa toccare a lui: “Non gioca quanto vorrebbe, ma sapete quanti anni ha? Sono soddisfatto di ciò che sta facendo ma voglio faccia ancora di più. Avrà opportunità e vedremo cosa farà”. E Luis Enrique, cosa farà? “I conti alla fine, quando vedremo cosa abbiamo fatto, io per primo”. Eppure, sul suo futuro non sembra avere dubbi: “Se avevo detto che potevo stare qui 5 anni ora dico che potrei starci 10 anni. Conosco le due canzoni, Roma Roma e Grazie Roma. Perché cambiare se sto benissimo qui?”.
Repubblica.it – Matteo Pinci