Il marziano Garcia arrivato in un mondo di pazzi con cui non voleva scendere a patti (ricorderete la strigliata a Reja che sperava nell’infortunio di qualcuno dei suoi), a quei pazzi inizia a somigliare. Aveva impostato la comunicazione degli ultimi 3 mesi riducendo la distanza in classifica con la Juve agli errori di Rocchi allo Stadium, è finito a legittimare un palese aiutino ricevuto negli ottavi di Coppa contro le riserve dell’Empoli, sposando la linea del club e sacrificando la sportività che lo aveva fatto amare anche fuori dal Raccordo Anulare. Mentre «l’odiata» Juve proprio in Coppa aveva divertito travolgendo 6-1 il Verona davanti a spalti colmi di bambini, l’Olimpico semivuoto e parzialmente chiuso dal Viminale di martedì era invece specchio di un universo, quello romanista, incupito dai risultati — 5 pareggi in 7 gare, nei 90 minuti — e in cui anche il profeta Garcia ora non è più intoccabile. Del tecnico è tornato sotto accusa il marcato egocentrismo. In estate il club ha speso tanto per baby talenti che l’allenatore non “vede”. Paredes, Uçan e Sanabria costeranno qualcosa come 25 milioni ma in campionato si sono visti per 119 minuti: 116 l’argentino, 3 il turco, nessuno il paraguaiano. Sabatini, che su loro punta, contesta all’allenatore questo scarso impiego. «Ma con me chi è bravo gioca, Hazard già a 17 anni», la sua replica. La squadra è ormai divisa tra chi è protagonista e chi gioca poco e sbuffa col tecnico: come Destro (ha chiesto di essere ceduto, colloqui con il Milan) e Cole, Skorupski e Torosidis. Lo zoccolo duro s’interroga sui perché del calo: c’è chi giura di sentire le gambe fiacche e contesta il lavoro del preparatore Rongoni. Altri imputano ai medici di non riuscire a guarire: Ljajic gioca con infiltrazioni, Pjanic con un dolore al ginocchio.
Per rilanciare la Roma, Garcia pensa a una novità tattica: forse già domenica a Firenze spazio a un 4-3-1-2 anziché il solito 4 3-3, almeno finché non tornerà Gervinho o arriverà un’ala: Konoplyanka, ucraino del Dnipro, o Salah, egiziano del Chelsea che non strinse la mano a giocatori israeliani, e per questo già contestato da un consigliere dell’Unione comunità ebraiche: «Non possiamo tifare per un antisemita ». L’impresa eccezionale, a volte, è essere normali.
La Repubblica – M. Pinci
