Se la Roma sposa il progetto Gasperini deve seguirlo anche nelle richieste impopolari come i rinnovi. Vale per la società e per la piazza.
Il Messaggero (S.Carina) – E ora provate a dargli torto: «Se ho delle responsabilità tecniche allora è giusto avere credibilità e che io venga accontentato». Il discorso di Gasp nel post-gara di Bologna non fa una piega. Parole che riguardano il mercato che verrà ma soprattutto la scelta di chi dovrà far parte della Roma di domani. E se l’allenatore, in tempi non sospetti, va contro l’umore popolare e il diktat societario (congelamento rinnovi di Mancini e Cristante e via alla rivoluzione), chiedendo la conferma del nucleo storico, va seguito. Perché non si può sposare Gasp soltanto per le cose che piacciono.
Anche perché l’allenatore ha questa idea radicata in testa ben prima della querelle con Ranieri che lo ha poi visto uscire vincitore: «Rivoluzionare? Questa è una squadra che ha dei valori, una base molto solida. Ho sentito qualche critica su questo gruppo, che si possa arrivare al massimo quinti o sesti. Occhio però, che senza questi puoi anche diventare dodicesimo o tredicesimo come niente». Parole pronunciate prima e dopo la cinquina di Milano, in un momento di difficoltà, di appeal certamente più basso rispetto a quello di oggi, dove anche dalla società l’input che trapelava era quello di cambiare tutto. Ma Gasp è così: prendere o lasciare. E allora, per chi osteggia la cosiddetta banda del sesto posto, bisogna mettersi l’anima in pace: se l’allenatore vuole la conferma di Cristante, Mancini e Pellegrini, e chiede di fare un tentativo per Dybala e Celik, va quantomeno ascoltato.Chiaramente andando a braccetto con le possibilità economiche del club. Tradotto: se Paulo, esempio limite, continua a chiedere 8 milioni, lo si ringrazia e si guarda avanti. Se l’argentino invece abbassa le pretese con un fisso che rientra nei parametri indicati dal club (3 milioni) al quale aggiungere dei bonus a rendimento e presenze, il discorso può cambiare. Ma questo vale per lui, per Lorenzo, per chiunque. Anche perché l’idea dell’allenatore è chiara: i titolari inamovibili di oggi, debbono diventare le alternative di lusso di domani. Se Cristante infatti non è costretto a giocare 50 partite sempre e comunque, magari non ha la flessione che lo ha colpito nell’ultimo mese. Discorso rischioso perché la carta anagrafica non muta solo per noi mortali ma anche e soprattutto per i calciatori. E chi oggi rinnova o può rinnovare è vicino ai trenta (Pellegrini) o li ha già superati (Mancini, Cristante, Dybala).
E qui entra in gioco la società. Se si sposa Gasperini, vale lo stesso discorso fatto per la piazza: lo si sposa in toto. Magari cambiando in corsa la propria policy aziendale che al di là degli errori che può aver commesso nell’esternare alcuni concetti, erano racchiusi nelle parole di Ranieri nel pre-gara di Roma-Pisa: «Abbiamo scelto questo allenatore per fare quello che ha fatto all’Atalanta, far crescere i giovani». Che Gasp sa fare bene, basta andare a vedere i suoi primi anni a Bergamo. Il problema è che oggi Gian Piero è un tecnico diverso. Non è più quello che si accontentava di Paloschi, Djimsiti e del prestito di Ilicic ma quello che una volta che Scamacca si fa male sbatte i pugni sul tavolo e viene accontentato 4 giorni dopo con Retegui.
Così se oggi a fronte di un investimento futuribile di 20 milioni per Vaz (al netto di quanto il ragazzino incide a bilancio e del fatto che un club come la Roma è quasi costretta a fare questo tipo di operazioni) chiede di dirottare quei soldi per un calciatore già pronto e in un altro ruolo, va seguito. Poi se è giovane tanto meglio. Filosofie diverse, almeno fino a ieri, nonostante gli endorsement nei comunicati. Per questo motivo Gasp ha sentito la necessità a Bologna di ribadire la volontà di essere seguito. È consapevole, anche se lui sfugge dalla definizione, di essere una sorta di plenipotenziario. E come tale va accontentato. Anche perché se le cose non andranno bene, sarà lui a pagare.