Ubaldo Righetti ripercorre la sua carriera, il dramma del doppio infarto e i legami indimenticabili con la Roma degli anni Ottanta.
Ubaldo Righetti avrà preso esempio da Russell Crowe ne Il gladiatore. Ha lottato contro la morte, sconfiggendola. Un po’ come succede al protagonista del film, Massimo Decimo Meridio, che sopravvive alla sua esecuzione. Oggi lo racconta col sorriso, consapevole, però, di aver rischiato grosso. Durante la chiacchierata si apre, snocciola un aneddoto dopo l’altro e ricorda i personaggi incontrati durante il percorso come fossero figurine.
Il doppio infarto e la paura della morte
Partiamo dalla fine. Nel 2021 ha rischiato davvero. “Sono stato colpito da un doppio infarto. Stavo giocando a tennis e ho sentito un peso enorme sulla cassa toracica. Mi mancava il respiro. Sono stato operato d’urgenza. Ricordo la dottoressa che urlava: ‘Lo stiamo perdendo, lo stiamo perdendo’. Sembrava di stare in un film”.Ha avuto paura di morire? “Non ho fatto in tempo nemmeno a rendermene conto, ma ricordo perfettamente la botta del defibrillatore. Una scossa enorme, mi sono sentito aprire letteralmente. Poi mi hanno intubato ed è calato il buio”.
Non ricorda altro? “Io e la morte ci siamo incontrati, ma non ci siamo piaciuti. Ho avuto diciotto arresti cardiaci quella notte. Avevano detto alla mia compagna che avrei potuto non superare la notte e c’è stato anche il rischio che la mancanza di ossigeno potesse provocarmi danni al cervello. Poi, per fortuna, è andato tutto bene”.
Ha ricevuto tanti messaggi? “Tantissimi. Un affetto incredibile, tra ex colleghi, addetti ai lavori, amici e tifosi. Tra i messaggi più belli potrei citare quello di Paulo Roberto Falcão e quello di Walter Sabatini, che mi ha scritto un poema. Lui d’altronde può capire più degli altri cosa si prova. Mi ha scritto un bel messaggio anche Paulo Fonseca, al tempo allenatore della Roma”.
Il legame con la Roma di Liedholm
A proposito di Roma, parliamo della sua. È stato in giallorosso dal 1981 all’87. “Quel gruppo è diventato una famiglia. Ci vediamo ancora oggi. Parliamo delle partite del passato come se dovessimo giocare domani e avessimo ancora vent’anni. Quando diventammo Campioni d’Italia fu una gioia incontenibile. E pensi che il primo a crederci fu proprio Falcão. In ritiro ci disse: ‘Vinceremo lo scudetto’. Noi lo guardammo un po’ scettici, ma aveva ragione”.
In panchina c’era il Barone Liedholm. “Premetto che per me è stato come un padre, fu lui a lanciarmi e darmi fiducia, ma quanto era scaramantico! Una volta dovevamo giocare a Cagliari e lui ci impose di partire da Milano per fare una tappa a Busto Arsizio dal mago Mario Maggi. Faceva la formazione considerando anche chi aveva energia positiva e chi negativa”.
Sulla fascia, invece, volava Bruno Conti. “Bruno è un mio caro amico. Lui è di Nettuno, io di Latina. Tante volte mi riportava a casa in macchina. Anche in Nazionale stavamo in camera insieme”.
Due dolori diversi: il Liverpool e Di Bartolomei
Ora due vicende dolorose. La prima, la finale di Coppa dei Campioni persa all’Olimpico. “È una ferita ancora aperta. Quando tra compagni esce fuori il discorso, lo chiudiamo subito. È una vicenda che fa ancora tanto male”.
L’altra è la morte di Agostino Di Bartolomei. Si è mai riuscito a dare una spiegazione? “No. E non voglio. Entrerei in un loop infinito di malinconia. Voglio, però, ricordarmi dell’uomo fantastico che è stato. Una persona vera, sensibile. Con lui bisognava andare in profondità e non fermarsi in superficie”.
Un flash su Ago? “Eravamo al Tre Fontane, allenamento a porte aperte. Io per caso mi trovai a correre vicino a lui, che era il capitano e l’idolo della folla. Mi disse: ‘Righetti, guarda bene e impara. Dovrai sudare per loro, perché loro sono la Roma’. Ecco chi era”.
Il rapporto con Eriksson e Mazzone
Perché andò via da Roma? “La mia esperienza finì dopo alcune incomprensioni con Eriksson. Non ci siamo mai presi. Probabilmente ho delle colpe anche io, ma lui si comportò in modo strano con me. Sapeva che avevo la pubalgia e non potevo giocare. Ma lui diceva: ‘Ubaldo, mi servi, devi restare in campo’. In cambio, mi promise che mi avrebbe protetto dalla stampa. Invece, dopo un paio di prestazioni negative, se ne uscì con un ‘non capisco cosa abbia questo ragazzo’. E lo sapeva benissimo”.
La prese l’Udinese, poi il Lecce. In Salento trovò Carlo Mazzone in panchina. “Carletto mi ha fatto sentire a casa. Era un allenatore d’altri tempi, aveva un’umanità difficile da trovare nel mondo del calcio. In allenamento mi punzecchiava, ne aveva sempre una per me: ‘Righetti, non stiamo a Roma, impegnati!’, mi urlava. E poi si metteva a ridere in spogliatoio. Ci siamo voluti bene per davvero”.