
La Stampa (G.Buccheri) – La leggerezza di Simone Inzaghi contro i pensieri, ingombranti, di Luciano Spalletti. Prevale la prima perché la Lazio vola in finale di Coppa Italia guidata da un tecnico giovane (oggi la festa per i 41 anni) e coraggioso, attaccato alla causa, arrivato quasi per caso e ora in corsa anche per il terzo posto in campionato: Inzaghi ha fatto suo il primo round per 2-0 e ha raggiunto l’obiettivo con una sconfitta (3-2) nel ritorno che non ha mai messo in discussione la qualificazione. Perdono i secondi, dove per pensieri ingombranti si intendono tutti i molteplici ragionamenti, ad alta voce, di un allenatore che ha deciso di camminare seminando dubbi e nervosismo. «Resto solo se vinco un titolo…», è il mantra di Spalletti da mesi, e ora di titoli è rimasta solo l’impresa scudetto.
NONA FINALE CON 6 VITTORIE – Si riparte ma è Immobile salire in cattedra. Prima due assalti, poi la stoccata del nuovo vantaggio laziale con un preciso diagonale nel faccia a faccia con Alisson. Il colpo è letale perché adesso alla Roma servirebbero altri quattro gol per centrare la finale: uno arriva dopo un palo di El Shaarawy corretto in rete da Salah, un altro nel recupero grazie a un’intuizione di Salah. Finisce così, con un pareggio che manda in orbita una Lazio abile nei 180’ a capire e sfruttare le debolezze dei rivali: Inzaghi ci ha abituato a cambiare modulo in base alle caratteristiche di chi deve affrontare e spesso lo fa con successo. Per la Lazio è la 9a finale di Coppa Italia (3 negli ultimi 5 anni), con 6 vittorie. La Roma paga anche una stanchezza, fisica e mentale, già mostrata nelle ultime uscite in campionato, seppur vincenti: il futuro è già cominciato, anche se in gioco c’è ancora un titolo tricolore, il più prestigioso. Un flash finale: si giocava senza le barriere in curva, per la prima volta dopo un anno e mezzo, e l’esame è stato superato senza strappi.