
Di fronte a un progetto di questo genere le obiezioni che sono state fatte sono di due tipi. Berdini incarna quelle per cui mattone e cemento, soprattutto se privati, sono di per sé farina del diavolo. E lì c’è poco da fare. Si tratta solo di decidere se Roma vuole cominciare ad assomigliare anche ad una metropoli moderna, in continua trasformazione, o se preferisce deperire e lasciarsi morire per inedia. E le metropoli sono fatte con i mattoni, il cemento, l’acciaio e tutto il resto. Ma ci sono le regole, si dice! Certo, ma le regole servono per promuovere l’interesse di tutti e nessuno capisce perché quel che va bene alla Regione non vada bene al Comune. Hanno regole diverse? Poi ci sono le obiezioni di merito nessuna delle quali insuperabili con le moderne tecnologie costruttive. Certo se il problema, come lamenta la Sovrintendenza è il cambio del panorama o la tutela delle tribune dell’ippodromo di Tor di Valle, spalanchiamo le braccia e rassegniamoci. E qui sta infatti la seconda ragione per cui lo stadio è molto più di uno stadio. Questo è sicuramente il progetto più audace , ma anche completo, che sia stato proposto a Roma da molto tempo. Quasi una piccola EUR. Ha il vantaggio di essere stato «pensato e progettato» al contrario della crescita «spontanea» e disordinata dei tanti decenni del dopoguerra. E’ negoziato con il Comune in piena trasparenza di oneri e di onori. Potrebbe essere l’inizio di un’inversione di tendenza, dopo quasi un decennio di apatia e rifiuto di ogni trasformazione. L’area è stata scelta da un privato? E che cosa cambia questo se l’idea è valida? Se aspettiamo che sia la burocrazia comunale a proporre progetti di questo genere possiamo metterci l’anima in pace. Nè ha senso dire «fatelo, ma fate tutto più piccolo». Questo sarebbe solo mancanza di coraggio e di immaginazione.