CINQUE ANNI DOPO In casa non vince dal 30 novembre, ma in casa non aveva mai perso la Roma, almeno in campionato (tre sconfitte nelle coppe, controBayern, City e Fiorentina). Eppure, ai numeri non ci fa caso nessuno: sono le gambe che non vanno, la testa che è scoppiata, il cuore sparito insieme al talento. Era iniziata con qualche fischio a De Sanctis entrato per il riscaldamento, con la quasi indifferenza all’ingresso del resto della squadra e con lo speaker dell’Olimpico ad annunciare i giocatori della Roma senza chiedere di urlare il cognome ai tifosi. È finita come con la Samp non finiva dal 25 aprile 2010, quando la Roma si giocava uno scudetto che non avrebbe vinto. Un po’ come questo, ma c’è tutta la differenza del mondo.
SOLO MORGAN A proposito di De Sanctis, il portiere è l’unico che viene mandato a spiegare l’inspiegabile: «Il momento è negativo, inutile girarci attorno. Se continuiamo a non vincere prima o poi qualcuno ci prenderà e supererà. Subire il primo gol ci ha messo in difficoltà, peccato non aver approfittato prima delle occasioni avute. Accettiamo il verdetto anche se con fatica. È anche vero che qualcosa di migliore nelle prestazioni si sta vedendo, ma servono solo risultati e cose pratiche, non solo parole e pensieri. I fischi? Non stiamo facendo niente per non meritarceli. Sono una naturale conseguenza, impossibile non pensare a una manifestazione così da parte dei nostri tifosi. Ma in Europa abbiamo la possibilità di rifarci». Già, giovedì c’è subito la Fiorentina; a Cesena, invece, mancherà Keita, Pjanic e forse pure De Rossi. E mentre la Samp festeggia e la Roma se ne va, sullo stadio Olimpico volano i gabbiani. Ma la Roma è al canto del cigno.
La Gazzetta dello Sport – C. Zucchelli/M.Calabresi
