Di fatto, Zeman ha già detto tutto sulle esclusioni con pedigree di Daniele De Rossi e Daniel Osvaldo. Perché cosa può esserci di più chiaro e meno fraintendibile delle parole usate dall’allenatore romanista per motivare la panchina di due uomini simbolo della sua squadra? “Non basta il nome, non riconosco gerarchie del passato, devono pensare alla squadra e non ai fatti loro. E dimostrarmi di avere voglia durante la settimana“. Abbastanza per sollevare l’ultimo “caso” in un anno solare decisamente tribolato per la Roma. Ma come spiegare quelle frasi? Con una idiosincrasia di De Rossi verso gli allenamenti doppi – non certo l’unico nello spogliatoio – e un atteggiamento di Osvaldo forse percepito come arrogante dal tecnico.
Tra i due le schermaglie erano iniziate da tempo, da quando De Rossi ad agosto raccontava: “Speravo venisse Montella“. Invece, la proprietà aveva rotto con l’ex aeroplanino e scelto Zeman, all’epoca per Daniele “Un maestro: pensavo fosse un musone ma mi sono dovuto ricredere“. Un mese dopo, a Torino dopo il fragoroso k. o. con la Juventus, la frattura sancita da Capitan Futuro, prima sollevando dubbi sul gioco espresso (“La Juve conosceva i nostri punti deboli”), poi affondando : “Chi parla di scudetto fa il male della Roma“. Quel “Chi” era proprio Zdenek, che di una Roma da titolo ne aveva parlato non più di qualche ora prima in conferenza stampa (…) Per questo nello spogliatoio non tutti sono rimasti sorpresi dalle esclusioni eccellenti di domenica: anche quella di Burdisso, che con Zeman non ha rotto affatto: nella stessa riunione di martedì aveva evidenziato dubbi sulla possibilità di giocare con la difesa alta. “Non crede in quello che si deve fare”, e spazio a Marquinhos, la sentenza boema (…)