Gasperini e la squadra si caricano a una fermata dall’arrivo. Tutti a Trigoria sanno di avere una grande occasione per la Champions e non vogliono perderla.
Corriere dello Sport (J.Aliprandi) – Novanta minuti per prendersi tutto. Novanta minuti per spalancare le porte della Champions League e cambiare il peso specifico della stagione, del futuro, persino dell’intero progetto Roma. A Trigoria non si parla d’altro. L’attesa è diventata quasi fisica, palpabile, rumorosa nel silenzio delle sedute al Fulvio Bernardini. È l’ansia di chi sa di avere il destino tra le mani, ma anche l’entusiasmo feroce di un gruppo che finalmente sente di poter tornare a guardare in alto senza paura. E allora il manifesto emotivo di questi giorni lo ha firmato Mile Svilar, il senatore diventato ormai leader totale dello spogliatoio, subito dopo il derby vinto: «Una ancora, dai! Una ancora, andiamo!».
È diventato un mantra. Una scarica continua di adrenalina. Lo ripetono in allenamento durante le pause, mentre bevono, prima di ricominciare un’esercitazione, a fine seduta. Ancora una. Perché il gruppo storico, da Svilar a Mancini fino a Cristante, vuole vedere negli occhi dei compagni quella fame necessaria per affrontare una partita che avrà il sapore della guerra sportiva. Non una semplice trasferta, ma una finale.
E a Verona nessuno pensa di trovare tappeti rossi. L’Hellas, nonostante la retrocessione, ha scelto di onorare il campionato fino all’ultimo respiro. Ecco perché Gasp pretende una Roma feroce sin dal primo minuto. Niente approcci timidi come nella prima mezz’ora del derby. Il tecnico chiede cattiveria agonistica, personalità, coraggio. E lo fa con il suo stile diretto, asciutto, senza cinema né monologhi da spogliatoio hollywoodiano. Ma il messaggio arriva chiarissimo: «Volete giocare la Champions? E allora conquistatela!».
Quella parola, Champions, rimbalza continuamente dentro Trigoria. È ovunque. Nei discorsi, negli sguardi, nell’intensità degli allenamenti. La Roma sente l’occasione, la annusa, la rincorre con il fiato corto e il cuore a mille. Perché questa non è soltanto una partita che può regalare prestigio sportivo: vale crescita economica, ambizione, appeal internazionale, possibilità di alzare ulteriormente il livello della rosa. Vale tutto. E ognuno prova a caricarsi a modo suo. C’è chi urla, chi trascina, chi si chiude nel silenzio della concentrazione.E poi c’è Malen, che sui social ha pubblicato quelle mani in preghiera con il tatuaggio del 90 e le lancette di un orologio. Un messaggio chiarissimo: novanta minuti per cambiare tutto. Una preghiera, sì, ma anche il richiamo allo sforzo massimo, totale, assoluto. Dentro questa settimana sospesa tra ansia e speranza, però, la Roma sa anche che il rischio più grande sarebbe trasformare la pressione in paura. E allora nello spogliatoio c’è spazio pure per sorridere, per alleggerire il peso emotivo, per restare uniti.
Emblematica la scena regalata da Gollini, che ha appeso sul proprio armadietto un “santino” di Hermoso con la scritta «Ovunque proteggimi». Ironia, goliardia, complicità. Anche questo serve prima di una battaglia. Perché domenica al Bentegodi servirà tutto: gambe, testa, cuore, nervi. Servirà la rabbia agonistica dei senatori e l’entusiasmo di chi vuole prendersi il futuro. Servirà una Roma compatta, feroce, viva. Ancora una. Ancora novanta minuti. Poi si scoprirà se il sogno Champions sarà diventato realtà.