Iprimi, due, cori («…giallorosso ebreo…») partono dalla curva Nord quando al fischio d’inizio del derby capitolino mancano ancora due ore. Il terzo (stesso copione) prende in ostaggio l’Olimpico mentre Lazio e Roma scaldano i muscoli. A macchiare una sfida cittadina intensa e nervosa, ma senza incidenti, è la deriva antisemita di una minoranza non silenziosa. La Comunità ebraica della Capitale insorge e, stavolta, non intende frenare: allo studio ci sono già una serie di azioni o riflessioni da mettere in campo perché, dicono, «il limite è superato e non da domenica sera…».
L’impatto dei cori nel giorno della commemorazione della deportazione degli ebrei romani (16 ottobre del ‘43) è forte e scuote le coscienze. Il 29 novembre di tredici anni fa a scuotere l’Italia intera fu uno spettacolo a dir poco folle offerto dalle due curve prima del derby. Lazio e Roma finirono a processo (sportivo) e la politica si mise in moto contro l’allarme razzismo dopo l’esposizione di striscioni con la scritta testuale «Auschwitz la vostra patria, i forni la vostra casa…» nella curva laziale e altri, sempre antisemiti, in quella romanista. Il rapporto fra il calcio capitolino e tutto ciò che con il mondo del pallone non ha niente a che vedere è sempre stato al limite del punto di non ritorno. I cori di domenica sera hanno portato alla sollevazione una Comunità ebraica che non vuole più tapparsi gli occhi per evitare che i segnali di risveglio di certi atteggiamenti possano provocare una situazione sempre più avvitata su se stessa. (…)
La Stampa – Guglielmo Buccheri