Gasperini ha costruito la sua Roma e alla fine non solo l’ha portata all’obiettivo, ma nonostante i dissidi interni ha fatto innamorare la gente.
Il Messaggero (A.Angeloni) – «Ad astra», compare su quel nero di maglia, la faccia di Gasperini spunta sorridente. Un sorriso d’orgoglio. Lui c’è riuscito, altri no e vuoi mettere? Fino alle stelle, questo è il punto di caduta, che quest’anno è sui cuscini: la Champions porta gloria, soldi, responsabilità e, appunto, festa. «Ci serve per diventare competitivi in campionato», chiarisce subito il Gasp. La Roma ora ha più soldi e maggiore appeal. Ha vinto la sua sfida, si è portato a casa il cuore dei tifosi, lui un nordico distaccato, capace di tuffarsi in un mare di passioni. Per arrivare a riveder le stelle si passa «per aspera», le difficoltà, che il tecnico ha vissuto dal primo giorno in cui ha messo piede a Trigoria, e non parliamo della Roma, che con le asperità convive da sette anni.
Era un pomeriggio coperto e afoso di metà luglio di un anno fa quando Gian Piero per la prima volta ha varcato il cancello del Bernardini: pochi calciatori a disposizione alla prima, ma tanta la voglia di sorprendere. Ma con chi, con una serie di personaggi buoni solo per il sesto posto? Banda, il termine ricorre, di miscredenti: ci pensa l’uomo delle stelle, mister Gian Piero. Detto, fatto. La Roma va oltre le aspettative, non è quarta, ma è terza. Addio banda, appunto, del sesto posto.È partita dalle sue mani la ristrutturazione di Trigoria e lui stesso, pian piano, ha distribuito qua e là come volantini una nuova mentalità. Quanta grazia, qui si vola oltre le stelle. Questa squadra, l’ha riadattata a se stesso e le ha regalato personalità. Ha continuato sul lavoro di Ranieri, che lo aveva puntato come suo successore. Ma poi i due hanno smesso di percorrere la stessa strada, separandosi pure bruscamente. Ma l’aria era già friccicarella dal principio, quando l’allenatore si stava rendendo conto che certe lentezze negli acquisti stavano frenando il suo lavoro.
Dopo l’amichevole di Lens, poco prima di partire per il ritiro in Inghilterra, subito la prima alzata di testa. Gasperini non aveva i centravanti di suo gradimento, il centrocampista arrivato, El Aynaoui, non stava ingranando, in rosa c’erano troppi calciatori da valutare e che, nel giro di poco tempo, sarebbero dovuti andare via. Primi attimi di confusione. Ranieri non era presente accanto a lui.
Questo, un altro elemento di disturbo per Gasp, a cui aumentavano i pruriti. Si sentiva sedotto e abbandonato, ma con lui aveva la squadra, che stava imparando a conoscerlo e lui a capire su chi poter puntare davvero. Ma proprio lì, ha cominciato a capire che si poteva osare, che bastava un piccolo/grande sforzo: un altro attaccante, il famoso esterno di piede destro da piazzare a sinistra. Che si è materializzato solo a gennaio, con il nome non di Sancho, ma di Zaragoza, che finirà nell’elenco delle comparse della storia della Roma, così come altri che in pratica abbiamo salutato a Verona, vedi Tsimikas, ElSha, Ferguson e a seguire altri in attesa di giudizio come Venturino e Vaz.
Gasperini ha dato alla squadra un’identità, l’ha resa fragile (undici sconfitte) e arrogante (23 vittorie), ha scelto il campionato come priorità e ha incoraggiato il gruppo nel momento down. «Animo», si ricorderà questa sua esortazione dopo il pareggio beffa contro la Juve, quando tutto era finito, e invece tutto stava per (ri)cominciare, nonostante altre due/tre cadute rovinose, con Genoa, Como e Inter. Ma quell’animo bruciava dentro Trigoria, come il carattere ardente di Gasp, che nel frattempo aveva fatto fuori Ranieri, dichiarato guerra – si fa per dire – a Massara, a medici, ai vecchi collaboratori tecnici e si era preso la Roma. Un conquistatore, Napoleone. Lui che – nel momento più acceso della diatriba – ha rischiato di essere sbattuto fuori (o di andarsene) con largo anticipo, perché quelli che stava combattendo erano uomini dei Friedkin a certe situazioni stanno molto attenti.
Come sanno ascoltare la voce del popolo e il popolo romanista aveva scelto il suo condottiero: Gasperini. Che però non bastava, serviva più qualità, non era sufficiente nemmeno Malen. E Dybala? La cui assenza ha coinciso con il periodo di maggiore crisi, ha dato l’ultimo tocco a un quadro che prima non aveva le stelle, ora ce le ha. Per aspera, ad astra. Gasperini è uno divisivo (per le varie dirigenze), ma la gente alla fine si innamora di lui. E Roma è pronta stargli dietro, andando a scoprire cosa c’è oltre le stelle.