Venti punti in classifica, tre conquistati sul campo lunedì, altri tre confermati «a tavolino» ieri, l’ennesima polemica da gestire. La Roma si tiene stretti i risultati positivi che la tengono in corsa per l’Europa e preferisce non scendere al livello di Massimo Cellino. Alla vittoria ottenuta sul Torino si è aggiunta la conferma dello 0-3 di Cagliari (la partita non giocata il 23 settembre) da parte della Corte Federale. La stessa aveva sospeso il giudizio, dando mandato alla Procura federale di effettuare un supplemento istruttorio: la condotta impropria di Cellino, che invitò i tifosi all’Is Arenas con un comunicato sul sito del club nonostante fosse considerato inagibile, è stato ritenuto «provocatorio» e «causa diretta ed esclusiva dell’impedimento alla regolare effettuazione della gara».
«Io voglio bene alla Roma anche se voglio sapere di chi c… è la società. Prima sapevo che c’era Franco Sensi, poi Rosella, ma adesso? C’è un presidente?». Sì, è James Pallotta e in America, dove spesso soggiorna Cellino, non è proprio uno sconosciuto. «Ma io non l’ho mai visto. Baldini? Non me lo nominate. Io sono il presidente e ci metto la faccia, invece la Roma è una società astratta. È di Unicredit? Allora è la banca che vuole trarre vantaggio da un malinteso. Noi al ritorno non veniamo a Roma se a loro servono altri tre punti». La replica è affidata a Fenucci. «Non abbiamo bisogno di regali da nessuno – sottolinea il dirigente romanista – abbiamo solo chiesto il rispetto delle regole. Cellino? Lui quando parla con me, Baldini e Pannes sa di parlare con la Roma. Lo dice anche Lotito? Lasciamo perdere». Già perché pure il presidente laziale si è messo di nuovo in mezzo. «Le partite vanno giocate, così viene meno il principio della par condicio». Da Trigoria non aggiungono altro. Bastano e avanzano gli insulti di Cellino per l’ennesima figuraccia del calcio.
Il Tempo – Alessandro Austini