
Il Messaggero (A.Angeloni) – Il ragazzo Diego si chiama Diego, perché Diego è l’argentino più famoso di sempre ed è pure fraterno amico di papà: Diego (Armando) Maradona, per la precisione. Papà Hugo Perotti detto El Mono, la scimmia, ha fatto il calciatore ad alti livelli al fianco del Pibe de oro e il figlio non poteva che chiamarlo come Maradona, perché Maradona, si sa, è meglio ’e Pelè, ed era pure per mantenere una promessa tra Hugo a Diego: «Se avrò un figlio lo chiamerò come te». Ed ecco Diego Perotti, detto el Monito, la scimmietta (che fantasia eh). Diego jr nasce sulla scia di quel mondiale del 1986, quello della mano di Dio, quello che “El Diego” ha vinto praticamente da solo. Chissà quanti sono i ragazzi nati tra l’86 e l’88 a chiamarsi così, non a caso anche a Napoli i ventisei/ventottenni di adesso sono i Diego di ieri. Perotti è un destro, il papà e Maradona mancini: Maradona, ct amico di famiglia, lo ha voluto in Nazionale (solo due presenze) e l’esordio è arrivato sostituendo Messi, un altro 10 niente male, in un’amichevole contro la Spagna. E’ passato per raccomandato, ma il talento era evidente.
ESORDIO COL BOTTO – Se non vogliamo rovinarlo, evitiamo di dire dopo appena una partita la classica frase “sembra che giochi nella Roma da vent’anni”. Noi evitiamo ma senza dimenticare che l’impatto con la Roma è stato subito interessante. Al di là dell’assist per El Shaarawy, ciò che ha colpito di Diego è la personalità, al fianco di calciatori che in pratica nemmeno conosceva. Pronti via, subito a suo agio, in mezzo alle due punte, al centro dell’attacco. A volte anche sostituendosi a Pjanic in cabina di regia. I compiti di copertura sono stati assolti nel migliore dei modi, sarà che Perotti viene dalla scuola del 4-4-2 dove, facendo l’ala, per forza doveva imparare la fase difensiva. È un esterno a cui piace sfondare per vie centrali, e Spalletti gradisce il tridente con zero riferimenti. Come ai tempi di Totti, che Diego può sostituire come posizione e idee di gioco. Sempre pregando che non ritorni l’incubo di qualche anno fa quando, quello dei continui strappi, che lo stava portando a lasciare il calcio. In quel periodo era pure complicato per lui sopportare i tanti che spiegavano i continui infortuni con la vita (notturna) sregolata. Del resto se non sei Diego quello vero e se è vero che ti piacciono le donne e le discoteche, alla fine in campo stai con la lingua di fuori e qualche muscolo magari tende a saltare con una certa continuità. Ecco, quella continuità l’ha trovata a Genova e ora la ricerca qui Roma. Continuità e in campo comportamenti “giusti” per dirla alla Spalletti: ovvero nessun attacco isterico, testate, reazioni scomposte. A Genova è successo in più di un’occasione, tra l’altro nel dicembre scorso anche contro la Roma (lite con Holebas). Ora serve altro, quello visto a Sassuolo potrebbe essere sufficiente.