La Gazzetta dello Sport (V.Piccioni/A.Catapano) – Urla, punta il dito, sbatte il pugno sul tavolo. «Mi avete messo in croce!». Arringa la folla di giornalisti, li doma per lunghi tratti, li ammutolisce perfino in certi passaggi. «È uno sciacallaggio politico!». Mai visto così. Carlo Tavecchio sceglie la conferenza d’addio (o arrivederci?) per trasformarsi in un mattatore. Un mattatore rancoroso, ma lucidissimo. Chi si aspettava un uomo provato, sul punto di crollare, trova un animale ferito, che ha deciso di combattere l’ultimo round con la rabbia accumulata in anni di pressioni, invasioni, derisioni, alcune strameritate, altre – ammettiamolo – gratuite. È arrabbiato, ma incredibilmente presente a se stesso, in certi passaggi perfino chirurgico nel lanciare strali e avvisi ai naviganti. Ce l’ha con tutti («Io mi sono dimesso, e gli altri?»), ma con due in particolare: Cosimo Sibilia, che l’ha mollato («Tradimento? È un brutto termine, diciamo un cambio di atteggiamento politico…»); e Giovanni Malagò, che da un po’ provava a fargli mancare la terra sotto i piedi, il personaggio cui Tavecchio, probabilmente, ascrive «quelle pressioni inimmaginabili che la Lnd ha subito».
INCOMPRENSIONE? – E qui veniamo alla scelta compiuta da Cosimo Sibilia, che di fatto ha messo in minoranza il presidente federale. «Io e Tavecchio avevamo concordato che per andare avanti ci sarebbe voluta una maggioranza più ampia, che comprendesse anche la Lega Pro di Gravina», ricorda il presidente della Lnd. «Non lo giudico, la sua è una scelta politica legittima, anche se non me l’aspettavo. Quando mi hanno detto – erano le 11.45 – che la mia componente, con cui ho condiviso 18 anni di vita, non mi dava più il sostegno – la ricostruzione di Tavecchio –, ho deciso subito di dimettermi. Pensavo che bastasse la maggioranza che mi ha eletto, non ho mai considerato la Lega Pro mia alleata. Gravina mi aveva inviato il suo contributo per la piattaforma programmatica, l’ho interpretato come la volontà di costruire qualcosa insieme, non come un ingresso nella maggioranza. Tanto – confida –, se la Lnd fosse rimasta disponibile, il tiro a Tavecchio sarebbe continuato finché non sarei caduto».
SUCCESSI E AMBIZIONI – Nessun rancore, è politica. Certo, e qui gli scappa un sorrisetto, «un giorno qualcun altro spiegherà alla Lega di A che non abbiamo voluto aspettare 10, 15 giorni al massimo l’attore principale del calcio italiano. È l’affronto più grave che ha fatto questo Consiglio. Io comunque fino all’11 dicembre sarò lì». A completare, con l’auspicato rinnovo della governance, un percorso virtuoso iniziato mesi fa. Di seguito l’elenco delle cose buone fatte per il calcio italiano secondo Tavecchio: «I centri federali, la riforma dei campionati giovanili, le norme per la sostenibilità – le elenca salendo progressivamente di tono, come in un climax ascendente – lo sviluppo del calcio femminile, i successi in politica estera», su cui si dilunga: «La Var, le elezioni di Infantino e Ceferin, 4 squadre in Champions, Uva vicepresidente Uefa!». E ancora: «L’equilibrio di bilancio, la ristrutturazione di Coverciano, i risultati delle Nazionali giovanili!». Pausa. Riprende fiato. Che farà nei prossimi giorni Carlo Tavecchio, a parte traghettare la Figc a nuove elezioni o al commissariamento? «Una gita sul Sassolungo, la partita della Pontelambrese…». E in futuro? «Pensate che a 74 anni abbia bisogno di una poltrona? Certo, se dovessero avere ancora bisogno di me… Magari torno dai miei ragazzi della Dilettanti». Brividi.