Se è vero che «i figli… so’ pezzi ‘e core», come tuonava a ugola spianata Mario Merola, domenica per «papà» Walter Sabatini non sarà certo una giornata come tutte le altre.
Le sue due creature calcistiche, la Roma e il Palermo, si incontreranno all’Olimpico per darsele di santa ragione (in senso calcistico, ovviamente) e lui, rintanato in tribuna con l’immancabile sigaretta in bocca, non potrà fare altro che restare a guardare e pensare, sotto sotto, che la stragrande maggioranza di quei ventidue in campo (per non parlare di quelli in panchina, in tribuna e non solo) sia quasi tutta farina del suo sacco. Troppo facile dire che la Roma («un progetto tecnico-tattico ancora al 50% che con le le abitudini e i comportamenti si sta avvicinando alla perfezione») è il presente e il Palermo il passato. Perché quei due anni e rotti passati alle dipendenze di Zamparini non si possono dimenticare. «Il Palermo – ha ammesso Sabatini a romanews.eu – è stata la mia utopia, solo parzialmente realizzata… Pensavo che potesse essere un laboratorio permanente per produre risultati. Il mio obiettivo era la Champions: arrivarci con un allenatore demiurgo e con metodi e scelte particolari. Il rammarico di non esserci riuscito è stato grande, ma si è trattato comunque di un periodo molto bello».
Il Tempo – Matteo De Santis