Mai nessuno come Francesco Totti nella storia del calcio italiano. Con la doppietta al Cesena, segnata nei primi 7′, ha superato Gunnar Nordahl nella classifica marcatori di tutti i tempi con la stessa maglia: 210 il Pompierone con quella del Milan, 211 Totti con quella della Roma. Dieci come la sua maglia, 10 come il voto simbolico per un campione che a volte è stato irriso per quella che dovrebbe essere invece la massima virtù per gli appassionati di calcio, qualunque sia la loro fede: la fedeltà a una squadra.
Difficile dividere i meriti della Roma — che ha giocato una gara ai limiti della perfezione come quella di Bologna — e i demeriti del Cesena. Una squadra che ha subito 13 gol nelle ultime 3 trasferte, come quella romagnola, ha sicuramente dei problemi. E uno, ieri sera, è stato sicuramente Mutu che tra il primo e il secondo tempo ha gettato la spugna. Arrigoni non ha potuto far altro che sostituirlo. Candreva, per altro, è stato tra i meno peggio.
Il livello dell’avversario va sicuramente valutato nel momento in cui si stende un giudizio. Però restano moltissimi i motivi per cui Luis Enrique può andare fiero dei progressi della sua squadra. Uno è lampante. Dopo l’infortunio di Osvaldo, appena ritornato dalla vacanza natalizia, molti tifosi e moltissimi addetti ai lavori avevano chiesto l’arrivo di un altro attaccante, visto che il bel Dani era di gran lunga il capocannoniere giallorosso con 7 centri.
Luis Enrique disse che l’avrebbe sostituito con il gioco e, da allora, tra campionato e Coppa Italia, hanno segnato 4 gol Totti, 2 Borini, 2 Lamela e uno Pjanic, spostato ieri nel finale nel ruolo di trequartista. In pratica tutti gli attaccanti hanno dato qualcosa in più nel momento del bisogno. Manca all’appello solo Bojan, che ieri è stato anche sfortunato: Antonioli, ieri incertissimo in molte occasioni, ha sfoderato un miracolo nel finale, dopo che il catalano aveva scartato quattro avversari in area in un’azione Barça Style.
È la dimostrazione che la Roma sta diventando una vera squadra e un gruppo coeso, con il valore aggiunto di una mentalità europea. Quella che fa giocare i giovani (Lamela e Viviani ’92, Borini ’91, Pjanic ’90) e che pretende un gioco offensivo anche quando si è in vantaggio. Come ha detto Luis Enrique: “Nel derby, dopo aver fatto gol, siamo diventati rinunciatari e per quello abbiamo perso. Adesso siamo migliorati“. Pura verità.
Corriere della Sera – Luca Valdiserri