Tra Babbo Natale e la Befana arriva lui. Senza regali né calze, ma carico di entusiasmo e idee per una Roma che sente sempre più «sua»: James Pallotta, il socio in ascesa nel consorzio Usa proprietario del club, ha organizzato un blitz nella Capitale per la prima settimana di gennaio. Due tappe sono già fissate: Trigoria e lo stadio Olimpico. Il basket in America è ripartito, non benissimo per i Boston Celtics (di cui «Jim» detiene una quota rilevante) sconfitti di due punti a New York nella gara d’esordio della Nba, ora è il momento del calcio. Nuovo anno, nuova Roma: con lo sbarco di Pallotta, la fase-2 del progetto a stelle e strisce può entrare nel vivo. Il ricchissimo bostoniano ha appena piazzato altri due manager di fiducia nel cda di Trigoria (Mark Pannes e Brian Klein) e ora vuole mettere anche la sua faccia per accelerare il rilancio della società giallorossa. Stadio, merchandising, potenziamento ed esportazione del marchio: c’è ancora molto da lavorare su tutto. «È nostro dovere – ha ricordato Pallotta in un’intervista al New York Times – costruire un modello di business che consenta al club di avere i mezzi per competere ai livelli più alti, e allo stesso tempo sviluppare una piattaforma mediatica che permetta ai nostri tifosi in tutto il mondo di seguire la Roma nella maniera più coinvolgente possibile». I soldi, almeno quelli, non mancano. Unicredit ha già anticipato la tranche di sua competenza dell’aumento di capitale previsto a febbraio, 20 milioni di euro sui 50 complessivi, per immettere liquidità in cassa. Gli altri 30 milioni spettano agli americani che nel frattempo stanno cercando un nuovo partner asiatico da far entrare nella DiBenedetto LLC (la società costituita la scorsa estate per l’acquisto del club giallorosso), con il supporto dell’advisor Raine Group. Lo stesso Pallotta ha avviato contatti con alcuni fondi cinesi e l’operazione potrebbe chiudersi in concomitanza con l’aumento di capitale, diluendo le quote all’interno della DiBenedetto LLC. Poi sarà la volta della banca, intenzionata a diminuire la sua quota dal 40% al 20%: anche Unicredit continua a guardare in Cina.
Il Tempo – Alessandro Austini