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Giallorossi in frantumi nel derby

La Gazzetta dello Sport (S.Vernazza) – Arrivederci Roma. Naufragio giallorosso nel derby, subito richiuso lo spiraglio aperto dal 2-2 della Juve venerdì a Bergamo. Ci si poteva arrampicare a meno sei dalla cima, si scivola a meno nove: a quattro turni dalla fine è un gap incolmabile, per quanto tra due settimane sia in programma lo scontro diretto all’Olimpico. Meglio guardarsi alle spalle, il secondo posto è in pericolo, col Napoli che incombe minaccioso a meno uno. Se Atene piange, Sparta ride a crepapelle. Lazio a quattro passi dalla stagione perfetta: l’Europa League garantita più la finale di Coppa Italia raggiunta previa eliminazione della Roma stessa. Comunque vada, sarà un successo. Nessuna ombra sul 3-1 di ieri. Anzi, al conto bisogna aggiungere il rigore regalato alla Roma e quello negato alla Lazio, ragion per cui, senza i disastri di Orsato, il risultato virtuale sarebbe di 0-4. E va ricordato come Inzaghi sia stato costretto a rinunciare a Immobile, il suo cannoniere, colpito da influenza. Chissà come sarebbe finita con Ciro il rapace a volteggiare sui resti della Roma.

OTTIME INTENZIONI – La Roma ha cominciato il derby con le migliori intenzioni. Dieci minuti di assalti, Lazio traballante e rintanata davanti a Strakosha. Proprio il portiere, in questa fase, ha tenuto in piedi i compagni con due interventi decisivi su Dzeko e Salah. Sembrava il prologo di un mezzogiorno senza scampo per i laziali, ma le apparenze come sempre ingannavano. È bastata un’incursione di Lulic sulla sinistra, con annesso cross taglia-area, per destabilizzare la Roma, farla sentire vulnerabile, minarne la sicumera tecnico-tattica. «Lulic 71» decise la finale di Coppa Italia del 2013 proprio contro la Roma: al bosniaco piace l’odore del derby. Pochi secondi più tardi è arrivato lo 0-1 di Keita Balde, a disvelare certe fragilità difensive romaniste, e lì la partita si è rovesciata. Il piano tattico di Inzaghi, difendersi e ripartire, messo in crisi al principio dalla furia altrui, è diventato perfetto. Quel che pareva vecchio – una difesa a cinque con baricentro basso; il terzino Lukaku a sostituire bomber Immobile; Keita unico attaccante di ruolo – si è rivelato funzionale al massimo. Ogni ripartenza laziale seminava panico dalle parti di Szczesny.

PESSIME CORREZIONI La Roma è stata rimessa in sesto da Orsato. Il celebrato arbitro di Schio ha infilato due macro-topiche. Sullo 0-1 non ha visto l’abbattimento di Lukaku da parte di Fazio appena dentro l’area, poi, in coda al primo tempo, ha abboccato alla sceneggiata di Strootman, eccellente cascamorto sul non intervento di Wallace. De Rossi ha trasformato il rigore, il 13° penalty concesso alla Roma nel corrente campionato. Nessuno ne ha ricevuti di più e lo sottolineiamo a beneficio dei complottisti di ogni ordine e grado. All’intervallo, sull’1-1, Spalletti si è corretto: fuori lo sciapo El Shaarawy e squadra riallineata in un 3-5-2 d’antiquariato. In pratica la Roma si è messa a specchio, nella convinzione o presunzione di essere più brava negli uno contro uno. Scelta azzardata, perché la Lazio ha fior di giocatori e perché tanti laziali, per esempio il già nominato Lulic, avevano gli occhi da derby e si immolavano su ogni pallone. Impressionante il tasso di combattività del trio Milinkovic-Biglia-Lulic, sorta di triangolo delle Bermuda in cui tanti romanisti, Nainggolan incluso, si sono inabissati.

MATTANZA Il «moderno» 3-5-2 di Spalletti ha prodotto soltanto un’altra palla gol divorata da Dzeko o sventata da Strakosha con riflesso miracoloso, dipende da come si guarda l’azione. Basta, con caparbietà e fortuna, ha imbucato l’1-2 e la gara è diventata una mattanza, per quanto Spalletti, al 64’ sia tornato sui suoi passi e abbia rinfilato i suoi nel «file» del 4-2-3-1. Niente da fare, stanchezza e frenesia dei giallorossi hanno spalancato autostrade ai laziali. Anderson ha sprecato lo sprecabile, Keita ha incasellato il tris. Alto godimento biancoceleste, derby così restano a lungo nella memoria. La Lazio in campionato non ne vinceva uno da quasi cinque anni, novembre 2012. Pensierino di chiusura dedicato a Totti, cui Spalletti si è rivolto nel quarto d’ora finale per chiedergli l’impossibile. L’impatto del capitano sull’ultimo scorcio di match è stato nullo, quello di ieri non era un derby per quarantenni. Malinconia di fondo, ripensando all’immensità di Totti, ma pure Spalletti, capita l’antifona di giornata, poteva risparmiarsi l’innesto.

Giornalista sportivo appassionato di calcio.

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