La Gazzetta dello Sport (M. Cecchini e D. Stoppini) – C’è un telefono che squilla in mezzo al deserto. Lo fa ogni giorno, come capita agli innamorati. Da una parte c’è José Mourinho, dall’altra Paulo Dybala. L’allenatore portoghese, come faremmo tutti noi mortali se avessimo a che fare con una principessa inca depositaria di un tesoro, pronuncia un “come stai?” che sembra essere quasi l’anticamera di una dichiarazione d’amore.
La risposta rinfranca lo Special One, visto che la soddisfazione passa dal corpo alla mente. “Sto bene, mi sento bene. E siamo contenti per questo passaggio dell’Argentina ai quarti di finale. Se sono pronto per la Roma? C’è ancora tempo per tornare…“. Difficile non augurargli buona fortuna, ma l’attaccante sa bene come la sorte che si sta meritando, sia pure al momento da panchina di stralusso, è dovuto anche al grande lavoro che ha fatto il club giallorosso per recuperarlo. E lui lo riconosce a tutto tondo.
Ma che Roma in qualche modo sia nella sua testa, lo dimostra anche quando parla della sua esultanza “in maschera” che è diventato un po’ il suo segno distintivo. “Sono un fan dei film dell’antica Roma – racconta –, li vedo sempre. Penso che bisogna scendere in campo e lottare come nella vita reale, perciò festeggio i miei gol con una maschera, quella che indossavano i gladiatori nei combattimenti“.